I dati parlano chiaro: se per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la quantità di sale quotidiana nell’alimentazione non dovrebbe superare i 5 grammi al giorno (che corrispondono a 2 grammi di sodio), nel nostro Paese i livelli di uso sono ben superiori alle raccomandazioni, non si dovrebbe consumare una quantità di sale superiore ai 5 grammi al giorno, corrispondenti a circa 2 grammi di sodio, ma in Italia i livelli di consumo sono ancora ben lontani dai valori raccomandati.
Eppure la consapevolezza sulle possibili conseguenze di un uso eccessivo di sale sulla salute cardiovascolare sembra lentamente farsi strada. Nel 2023-24, infatti, oltre il 50% degli intervistati dice di cercare di ridurre la quantità di sale nei cibi, e il 78% sceglie il sale iodato. Ma il 40% degli adulti campione ha all’attivo almeno tre fattori di rischio cardiovascolare, condizione da cui soltanto il 2% della popolazione adulta sembra del tutto esente.
Sale e patologie
“Un consumo eccessivo di sale aumenta il rischio di patologie cardiovascolari correlate all’ipertensione arteriosa, ma anche di altre malattie cronico-degenerative, quali i tumori dell’apparato digerente, in particolare quelli dello stomaco, osteoporosi e malattie renali. Per questa ragione se ne raccomanda un consumo moderato – dicono all’Istituto superiore di Sanità (ISS) - Restano fondamentali, dunque, sia la promozione di azioni di sensibilizzazione e di informazione sull’importanza di ridurre il consumo alimentare di sale, sia il monitoraggio di quanto queste misure siano efficaci nel migliorare la consapevolezza dei cittadini”.
Dati e curiosità
Secondo i dati ISS, la consapevolezza sulla necessità di ridurre il sale nell’alimentazione è più comune tra le donne (62% vs 52% uomini), nelle persone più mature (65% tra i 50-69enni vs 45% tra i 18-34enni), tra i cittadini italiani (57% vs 48% stranieri) e tra gli individui più istruiti (in particolare i laureati). Evidente anche la disomogeneità geografica rispetto al problema: se l’attenzione al consumo di sale è maggiore tra i residenti nelle regioni del Nord (62% vs 52% dei residenti nel Meridione), la Regione in assoluto più attenta è la Liguria (67,1%), la meno attenta la Val d’Aosta (34%).
E tra chi soffre di una patologia cronica come vanno le cose? Non benissimo, in realtà: un paziente su tre sembra non prestare alcuna attenzione al problema, ma chi ha una diagnosi di ipertensione arteriosa o di insufficienza renale (per le quali la riduzione del consumo di sale diventa strumento di controllo della malattia), la percentuale aumenta rispettivamente al 75% e 74%, pur mantenendosi inferiore alle attese. Buoni, a dispetto delle poche donne in gravidanza nel campione, i risultati relativi a questa categoria: la percentuale di attenzione al consumo di sale tra loro è più elevata di 10 punti percentuali (66%) rispetto alla popolazione femminile di riferimento, in età fertile ma non in gravidanza (56%).
Resta poco diffuso, invece, il consiglio medico: fra quelli che hanno avuto un contatto con un medico o altro operatore sanitario nei 12 mesi precedenti il 24% riferisce di aver ricevuto consigli su un utilizzo appropriato del sale nella dieta, con un 53% tra le persone con ipertensione o insufficienza renale.
Il sale iodato
I dati relativi al biennio 2023-2024 evidenziano una certa consapevolezza dell’importanza di assumere iodio attraverso il sale iodato, scelto dal 78% delle persone, sempre con più attenzione al Nord (81% degli intervistati) rispetto al 75% del Centro e al 77% del Sud.






