In teoria il sillogismo è dei più semplici: meno zuccheri ingeriti = meno patologie = più salute = meno spese sanitarie. Ma tra il dire e il fare, come sappiamo, c’è di mezzo il mare. E in questo caso, c’è di mezzo anche il dolce, che tra i cinque gusti fondamentali percepiti dalle papille gustative umane (dolce, salato, amaro, acido e umami) è statisticamente il più apprezzato. Tanto che i dati sul consumo di bibite zuccherate nel nostro Paese sono a dir poco preoccupanti, con conseguente diffusione di patologie metaboliche e – siamo secondi in Europa - obesità infantile.
Per ridurne il consumo, uno degli strumenti possibili, per cui da anni si battono l’Istituto Farmacologico Mario Negri e l’Istituto Superiore di Sanità, è l’introduzione della sugar tax, letteralmente “tassa sullo zucchero”, più precisamente “tassa sulle bevande zuccherate”.
Una novità? Non proprio: la tassa è infatti già presente in 105 Paesi del mondo, e riguarda il 51% della popolazione globale. Soltanto in Europa, la applicano Norvegia, Finlandia, Francia, Spagna, Polonia e Ungheria. Ma la sugar tax non è uguale dappertutto, e i risultati più o meno positivi della sua introduzione dipendono in larga misura dalle modalità di applicazione, oltre che dal contesto culturale del Paese legiferante. Un esempio? Nel Regno Unito la sugar tax è stata introdotta nel 2018, inducendo contemporaneamente i produttori a modificare le ricette e a ridurre la quantità di zuccheri utilizzati nelle bevande. Così, nei tre anni successivi, la quantità di zucchero consumata dai bambini attraverso bibite analcoliche si è dimezzata di netto, e si è registrata una drastica riduzione di estrazioni dentali nei bambini e dell’obesità nelle bambine. Negli adulti, invece, la riduzione del consumo di zuccheri si è limitata a un terzo della quota precedente, come conferma uno studio pubblicato sul Journal of Epidemiology & Community Health e scritto dai ricercatori dell’Università di Cambridge, che hanno analizzato i consumi per un periodo di 11 anni, prima e dopo l’introduzione della legge, chiamata Soft Drinks Industry Levy.
I prodotti interessati e il perché della legge
La sugar tax interessa le bibite con zuccheri aggiunti: cole, aranciate, limonate, cedrate, energy drink, succhi di frutta e tè freddi. In Italia dovrebbe interessare anche acque aromatizzate, bevande derivate dai cereali (orzo, avena e riso), latte e derivati qualora contengano zuccheri aggiunti. Idem per le bibite “zero”, ovvero addolcite con dolcificanti più o meno di sintesi
Ma entriamo nel dettaglio: la sugar tax è necessaria “perché lo zucchero uccide proprio come alcol e fumo. E lo fa senza che ce ne accorgiamo, che è anche peggio” spiega il Direttore dell’Istituto Mario Negri Giuseppe Remuzzi.
Una sola lattina di Coca-Cola, infatti, contiene circa 35 grammi di zucchero, l’equivalente di sette cucchiaini da caffè. Una Sprite, 30 grammi (più di 6 cucchiaini). Ma la Fanta batte tutti, con quasi 39 grammi, pari a circa 8 cucchiaini. E i consumatori di succhi di frutta non pensino di essere indenni, dato che questi prodotti possono totalizzare anche 25 grammi di zucchero (cinque cucchiaini), con evidenti conseguenze a livello metabolico, oncologico e cardiovascolare.
I rischi di un’eccessiva assunzione di zuccheri vanno infatti dalla sindrome metabolica alle patologie cardiovascolari, dai tumori al diabete di tipo 2.
Eppure i consumi di zuccheri semplici sono eccessivi in tutto il mondo occidentale: e se stando alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), una dieta da 2.000 calorie dovrebbe contenere 50 grammi di zucchero, ora la tendenza è ridurre a 25 grammi (5 cucchiaini) al giorno, pari al 5% delle calorie totali. La realtà, però, è ben lontana dai numeri virtuosi dell’OMS. Basti pensare che in Italia la media del consumo quotidiano di zuccheri assomma addirittura a 83 grammi, un eccesso assoluto. E buona parte di questi zuccheri nocivi viene proprio dalle bevande: ogni anno un italiano ne beve circa 54 litri, pari a 5 chili di zucchero puro. I peggiori? Prevedibilmente, sono i bambini: secondo un recente rapporto dell’Istituto superiore di Sanità il 24,6% dei bimbi italiani beve bevande zuccherate ogni giorno, con i valori massimi registrati al Sud, in testa Campania (33%) e Calabria (29,6%).
Gli effetti? Pesanti: l’Italia è infatti quarta nella classifica europea del sovrappeso e dell’obesità infantili, dietro a Cipro, Gracie e Spagna. E il World Obesity Atlas 2024 sostiene che il 40% dei bambini italiani ha un indice di massa corporea (BMI) elevato (pari o superiore a 25 punti). In più, se non si inverte la tendenza, entro il 2035 il 49% dei piccoli italiani sarà sovrappeso o obeso, con tutte le conseguenze sanitarie del caso.
La situazione italiana
Nel nostro Paese la Sugar Tax è stata prevista già dalla Legge di bilancio 2020, ma la reale introduzione del provvedimento è stata rinviata più volte. Ora pare che il 1° gennaio 2026 sarà la volta buona, con una tassazione di cinque centesimi di euro/litro per le bibite zuccherate, e di 13 centesimi/chilogrammo per i prodotti zuccherati “previa diluizione”. In seguito, la tassazione dovrebbe passare rispettivamente a 10 e 25 centesimi.
“Sono aumenti irrilevanti, che potrebbero non portare a una diminuzione dei consumi. Questa ha luogo, nei Paesi che hanno adottato la sugar tax da molti anni, solo quando la tassa è elevata e quando, soprattutto, è progressiva, cioè aumenta con l’aumentare della concentrazione di zucchero in un prodotto. La sugar tax italiana non possiede nessuna di queste due caratteristiche” commenta allargando le braccia il Direttore dell’Istituto Mario Negri.
E se la tassa ha in realtà dimostrato di funzionare nei Paesi in cui ha raggiunto il 20% del valore delle bevande, con i limiti attuali una stima di incasso possibile è pari a 400 milioni di euro l’anno “che potrebbero essere dedicati a iniziative di educazione alimentare, ma anche, di questi tempi, a qualcosa di più importante: aiutare gli italiani che negli Stati Uniti si trovano in difficoltà in rapporto alle politiche dell’attuale Amministrazione che sta mettendo a rischio ricerca scientifica e ricercatori, spingendoli a tornare in Italia” conclude Remuzzi.






