Sentendo parlare di biofilm, la prima domanda è: di che cosa si tratta? Ebbene, il biofilm – detto anche, all’italiana, “biopellicola” - è un’ aggregazione complessa di microrganismi compattati in una una matrice che presenta adesione a una superficie, eterogeneità di struttura, complessità di interazioni biologiche e presenza di una matrice extracellulare spesso di carattere polisaccaridico.
Va de sé che un biofilm sano sia normale , mentre un biofilm contaminato da patogeni su una lesione cutanea sia sede e luogo di proliferazione dei patogeni stessi, quindi sinonimo di infezione e da combattere.
Di biofilm e di lotta al biofilm si è ampiamente parlato al XIII Congresso Nazionale AISLeC (Associazione Infermieristica Italiana per lo Studio delle Lesioni Cutanee) di Padova nell’ottobre scorso, con particolare riferimento alla procedura “Wound Hygiene” e alla sua applicazione puntuale, ripetuta e metodica come strada maestra per vincere le infezioni.
Elia Ricci, della Casa di Cura S. Luca di Pecetto Torinese, ha spiegato come il biofilm sia entrato in letteratura nel 1978 e riguardi lesioni di difficile guarigione che interessano il 2,21 per mille della popolazione. “Il procedimento antibiofilm ha come principio-base l’eliminazione di qualsiasi elemento indesiderato dalla lesione: è composto di quattro fasi che richiedono un’applicazione consecutiva, ossessiva e costante” ha precisato.
Eccole: 1) detergere 2) sbrigliare (il cosiddetto debridement) 3) riattivare 4) medicare in modo corretto e tecnologicamente avanzato, come i presidi attualmente a disposizione permettono di fare.
Sull’antibiotico-resistenza del biofilm ha invece puntato Alessandro Greco, in forza all’ASL di Frosinone, insistendo sull’importanza di “identificare le specie batteriche presenti: nel 69 % dei casi si tratta dello stafilococco antibioticoresistente, e nel 25 % dei casi dello pseudomomas ruginosa, indipendentemente dal batterio di infezione. Il biofilm contiene batteri e funghi: occorre sapere, ad esempio, che la candida albicans impedisce ad alcuni antibiotici di penetrare nei batteri di stafilococco aureo e di combatterli”. La soluzione? “Utilizzare un modello a zone per quella che definisco ‘una guerra tra i mondi’ – è la risposta di Greco - Occorre identificare indirettamente biofilm, il che è possibile attraverso macchinari basati sulle nuove tecnologie che permettono la visualizzazione della fluorescenza batterica. Esistono poi molte novità di trattamento, tra cui i probiotici che combattono naturalmente il biofilm inibendone la proliferazione”.
A lato delle ultime novità in tema di medicazione presentate da Silvia Lucioni di Convatec (sponsor non condizionante del simposio), che stando al paper presentato hanno permesso una riduzione di lesioni, essudato e biofilm nell’81% dei casi, Debora Cesura Granara, dell’ASL 3 di Genova, ha parlato di casi clinici e dell’importanza del metodo standardizzato nella procedura in quattro fasi di fronte a un sospetto di biofilm.
Un’altra sessione del Congresso si è poi focalizzata su “Wound Hygiene Italia: le nuove raccomandazioni per una strategia proattiva sulle ulcere venose degli arti inferiori” con Guido Ciprandi, dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma, e Battistino Paggi, Coordinatore del Comitato Scientifico e Organizzativo del Congresso e Infermiere Consulente Esperto in Wound Care, che hanno ripercorso le fasi del progetto – partito nel 2019, oggi ampiamente apprezzato in letteratura e “fissato” in un documento scientifico ad hoc. In questa sessione Alessandro Greco ha esaminato il setting ambulatoriale, sempre con focus sul biofilm, “che risulta associato all’80% delle infezioni umane – ha detto – Si tratta di una comunità strutturata di microbi adesi a una superficie e incorporati alla matrice polisaccaridica, che va liberata e ripristinata. Il biofilm emerge in 10 ore, e dopo un debridement può riemergere in 2 giorni. Necessita quindi di una lotta continua e costante. Ma prima di tutto occorre riconoscere il tessuto di granulazione non sano”.
Alessandro Scalise, dell’Azienda Ospedali Riuniti di Ancona - Università Politecnica delle Marche si è invece occupato di setting ospedaliero, presentando il PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale) locale, mentre la Sandroni ha parlato dei setting domiciliari invocando “un comportamento uniforme e ripetibile”.
Infine, nella sessione dedicata al “Debridement: documenti di consenso ed aggiornamento tecnologico”, Ciprandi ha presentato il documento intitolato “Il concetto di debridement integrale”, messo a punto dopo un anno di lavoro da studiosi di tutto il mondo. Si tratta di un documento di International Consensus i cui punti salienti sono il cleansing, cioè l’eliminazione di contaminanti di superficie, e il successivo patient centered debridement (cioè la rimozione del tessuto microbico o non microbico effettuata da professionisti preparati), che utilizzando più metodiche congiunte sia finalizzato alla ricerca dell’infezione, allo stabilire le dimensioni reali della lesione, alla sua riparazione, alla sua rigenerazione anche attraverso uno skin substitute per rimpolpare i tessuti persi mediante diverse modalità: “Naturalmente questo – ha precisato Ciprandi - è importante soprattutto in età pediatrica”.
Essenziale, a questo punto, la precisazione di Paggi: “La detersione è diversa dal debridement: attenzione, la detersione serve a ridurre la carica cellulare eliminando i contaminanti di superficie che possono venire anche dallo sfaldamento cellulare o dagli esiti di vecchi debridement. Si effettua irrigando la lesione con prodotti che corrispondono alle linee guida, precede lo sbrigliamento e lo segue, cioè riduce il rischio infettivo e promuove la granulazione. A seconda dell’età del paziente vengono utilizzati i prodotti diversi.
Infine Carlotta Scarpa, dell’Azienda Ospedale Università di Padova, ha specificato che una delle difficoltà nella lotta all’infezione viene proprio dal fatto che “il biofilm non si vede a occhio nudo, ma si può intravvedere, perché crea una pellicola translucida sulla lesione. Anche il debridement può essere più o meno invasivo: il più invasivo – che chiamiamo stand alone - prevede addirittura l’utilizzo sulla ferita di larve di mosca, che in Germania vengono usate tantissimo; oppure c’è il cosiddetto ‘wet to dry’, anche se oggi non si usa più la garza bagnata lasciandola asciugare e poi levandola; ci sono i pad in poliestere, che si lasciano per 5 minuti sulla lesione e poi vanno rimossi; la fisiologica pressurizzata; l’hydrosurgery; gli ultrasuoni ambulatoriali; la terapia a pressione negativa con instillazione, che viene praticata al letto; oppure esiste il debridement invasivo chirurgico. Per quanto riguarda invece le modalità di debridement meno invasive (quelle che hanno bisogno del ricorso ad altre metodiche in aggiunta), ci sono preparati naturali, come gli alginati, che derivano dalle alghe brune, e la bromelina ricavata dall’ananas, che però brucia e quindi richiede una parziale sedazione: si tratta di un concentrato di ananas in crema che viene lasciato sulla lesione per quattro ore con ottimi risultati”.






