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In occasione del Mese della vista, presso il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, gli alunni degli istituti scolastici secondari “Orsoline di San Carlo” e Canadian School of Milan, hanno assistito alla proiezione del video educational “Viaggio nell’occhio. Dalla luce alla visione”: è iniziata così la nuova campagna di prevenzione visiva destinata all’età scolare, ideata da Fabiano Editore e promossa da SIOPS (Società Italiana di Oftalmologia Pediatrica e Strabismo), con il sostegno di Hoya Vision Care Italia. Obiettivo del progetto è quello di spiegare ai più giovani, in un linguaggio semplice, coinvolgente e scientificamente rigoroso come funziona uno dei sistemi più affascinanti e complessi del nostro organismo: l’apparato visivo.
Gli istituti scolastici sono infatti depositari di una buona parte della responsabilità educativa e di prevenzione sulle problematiche dell’occhio: i bambini passano in classe gran parte della giornata, e le abitudini visive si formano anche lì. In classe i ragazzi interagiscono con gli onnipresenti device, tablet o smartphone. L’introduzione di dispositivi digitali nella quotidianità è stata rapidissima; non siamo più di fronte a un semplice strumento tecnologico, ma a un vero e proprio cambiamento antropologico epocale. Per la prima volta nella storia, il cervello di un bambino in fase di sviluppo si confronta con stimoli bidimensionali, luminosi e in rapida successione, che sostituiscono l’esplorazione di un mondo tridimensionale fatto di volti, oggetti, distanze, profondità.

Le raccomandazioni dei pediatri
La Società Italiana di Pediatria (SIP) ha già indicato da tempo raccomandazioni chiare sull’uso dei dispositivi in età pediatrica. In sintesi:

  • Sotto ai 2 anni: nessuna esposizione agli schermi, se non occasionale e sempre in compagnia di un adulto;
  • Tra i 2 e i 5 anni: meno di un’ora al giorno, con contenuti di qualità e con la presenza di un genitore;
  • Dai 5 anni in su: fino a due ore al giorno, evitando l’uso di schermi prima di dormire e durante i pasti;
  • Per tutte le età: pause regolari, distanza adeguata dallo schermo, ambienti ben illuminati e, soprattutto, tempo dedicato al gioco libero, al movimento e alle attività all’ È inoltre sconsigliato regalare uno smartphone prima dei 13 anni, ed è da evitare l’uso non supervisionato di internet.

I limiti elencati non derivano da un atteggiamento contrario alla tecnologia - ormai indispensabile - ma sono il risultato di evidenze su sonno, linguaggio, attenzione, peso corporeo e, appunto, salute visiva.
I numeri raccolti in Italia raccontano però una distanza evidente tra raccomandazioni e realtà, e mostrano una quota consistente di bambini che supera abitualmente le due ore giornaliere di schermo tra televisione, videogiochi, tablet e smartphone (nel mondo l’uso medio si attesta intorno alle sei ore al giorno).
A partire dal primo decennio del Duemila, i device sono entrati in contatto con l’età evolutiva: all’inizio solo per gli adolescenti possessori di un telefonino; poi l’età si è abbassata sempre più, e attualmente è scesa a nove anni, con il possesso del primo smartphone personale. L’uso del cellulare come “ciuccio digitale” avviene fin dal primo anno di vita: tra i due e i mesi mesi circa il 14,6% dei neonati sono esposti a un device, per poi salire al 61,9% tra i 13-15 mesi, in presenza di un adulto o no.

La “miopidemia” dilagante
Per chi, come me, si occupa di salute infantile, questo è il segnale di un cambiamento profondo, che sta modificando il modo in cui i nostri figli crescono, apprendono, giocano e, sempre più spesso, vedono. Si tratta di quella che gli oculisti chiamano “miopidemia”: un’epidemia di miopia che negli ultimi decenni ha assunto proporzioni globali. Le stime internazionali più citate prevedono che entro il 2050 circa la metà della popolazione mondiale sarà miope, e una quota rilevante svilupperà forme più gravi, associate a un maggior rischio di complicanze in età adulta. Il pediatra di famiglia è quindi un primo osservatore privilegiato della salute visiva del bambino. La prevenzione si costruisce con controlli semplici, indolori e poco invasivi, da inserire nei bilanci di salute. Eccone alcuni:

  • Il test del riflesso rosso: si tratta del primo esame, da eseguire già alla nascita e da ripetere nei controlli successivi. Si effettua con un oftalmoscopio in una stanza poco illuminata: la luce illumina il fondo dell’occhio, e deve produrre un riflesso rosso-arancio, simmetrico in entrambi gli occhi. Un riflesso assente, bianco (la cosiddetta leucocoria), asimmetrico o diverso da un occhio all’altro può indicare problemi importanti come cataratta congenita, anomalie della retina o, nei casi più rari ma più gravi, un retinoblastoma.
  • L’auto-refrattometro (o fotoscreener): è uno strumento che, da una certa distanza e in pochi secondi, misura in modo non invasivo il difetto di refrazione e rileva i fattori di rischio per l’ambliopia, il cosiddetto “occhio pigro”. Non richiede collaborazione particolare da parte del bambino, ed è quindi adatto anche ai più piccoli, già nei primi anni di vita. Non sostituisce la visita oculistica, ma permette di individuare precocemente chi deve essere approfondito.
  • Il Test di Lang: è un test stereoscopico che valuta la visione binoculare e la percezione della profondità. Al bambino vengono mostrate delle figure su una cartolina, che compaiono solo se i due occhi lavorano insieme correttamente. Può rivelare la presenza di strabismo, anche piccolo o intermittente, o di altre alterazioni della visione binoculare. È semplice, rapido e utilizzabile anche con bambini molto piccoli.

Segnali da non sottovalutare
La raccomandazione è quella di effettuare una valutazione visiva completa entro i tre anni di età, perché è nei primi anni che il sistema visivo è più plastico e i trattamenti, come la correzione ottica o l’occlusione, sono più efficaci. Se esiste familiarità per difetti visivi importanti - strabismo, ambliopia o patologie oculari ereditarie - il primo controllo va anticipato attorno ai 12 mesi. Se i genitori notano segni come l’occhio che “va per conto suo”, la testa inclinata, lo strizzare gli occhi, l’avvicinarsi troppo a libri e televisione, non è il caso di aspettare: meglio parlarne subito con il pediatra.

Serve costruire una nuova cultura 
Il pediatra, inoltre, ha un compito educativo: spiegare ai genitori, già nei primi bilanci di salute, perché gli schermi non sono adatti ai più piccoli e come organizzare una giornata equilibrata. È la famiglia il primo luogo in cui si impara a usare, o a non usare, la tecnologia. I bambini imitano ciò che vedono: se i genitori sono costantemente con il telefono in mano, difficilmente i figli ne faranno a meno.
Alcune buone pratiche, semplici ma efficaci, prevedono di fissare regole chiare e coerenti, con orari, durata, luoghi in cui è consentito l’uso, e con “zone libere” come la tavola e la camera da letto; lo spegnere gli schermi almeno un’ora prima di dormire, per proteggere il sonno; il privilegiare il gioco all’aperto, ogni giorno e con qualsiasi tempo, perché la luce naturale è uno dei più efficaci alleati della vista; usare lo schermo insieme ai figli, scegliendo contenuti adatti e commentandoli, e trasformando così un’attività passiva in un momento di condivisione; infine, dare il buon esempio, limitando il proprio uso dei dispositivi in presenza dei bambini, e favorendo un’interazione con loro vis a vis.
Serve allora fare cultura: bisogna intervenire coraggiosamente, affinché ciascuno decida il meglio per i propri figli, o in alternativa fare in modo che i ragazzi stessi si stanchino di sentirsi perennemente usati dai loro device.
Il messaggio finale, in definitiva, è: “Usa la tecnologia, non farti usare”.

Carla Tomasini
Medico specialista in Pediatra e divulgatrice scientifica

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