Il titolo del lavoro la dice lunga: “Longitudinal effect of early social media use on standardized learning outcomes during school career”. Ovvero, “Effetti longitudinali dell’utilizzo precoce dei social media sui risultati di apprendimento standard durante la carriera scolastica”. A realizzarlo, le Università di Milano Bicocca e Brescia in collaborazione con il Centro Studi Socialis e l’associazione Sloworking. A pubblicarlo, a inizio agosto, la prestigiosa rivista scientifica Nature Human Behaviour.
E mai studio fu più appropriato, dato che entro pochi giorni da oggi – deroghe per il caldo incluse – tutta l’Italia scolastica sarà nuovamente sui banchi.
Social precoci e rendimento scolastico
“Questo studio utilizza modelli ‘difference-in-differences’ per valutare l’impatto dell’uso precoce dei social media sul rendimento scolastico dei bambini di età compresa tra i 7 e i 16 anni. È stato creato un set di dati comprendente 5.227 studenti del Nord Italia, unendo i dati provenienti da un questionario sulle abitudini relative all’uso dei media digitali nel corso della vita con i punteggi dei test standardizzati longitudinali in italiano, inglese e matematica – si legge nell’abstract dello studio - I partecipanti che hanno creato un account personale sui social media durante la prima, la seconda o la terza media sono stati abbinati separatamente a coloro che hanno iniziato a utilizzare i social media più tardi, aprendo il loro primo account durante la prima superiore o successivamente. I risultati forniscono prove convincenti del fatto che l’uso precoce dei social media influisce negativamente sui risultati di apprendimento. Ulteriori risultati sugli effetti dell’uso precoce dei social media su altri esiti scolastici, per i quali non disponiamo di dati longitudinali, sono in linea con le nostre conclusioni principali. Abbiamo inoltre trovato prove a sostegno del fatto che una parte sostanziale di questo effetto negativo è mediata dall’uso pervasivo dello smartphone da parte degli studenti nei momenti chiave della giornata”. Con qualche dato “in chiaro”, preoccupante: chi inaugura la sua presenza sui social in prima o seconda media rischia infatti la bocciatura più di chi aspetta. E per chi fa la stessa scelta le probabilità di prendere voti alti (8 o più su 10) alla fine della terza media scende drasticamente. Di consolante c’è solo che la scelta della scuola superiore non sembra risentire della precocità della presenza social.
L’età del primo profilo social
Stando allo studio, l’11,2% del campione di intervistati è approdato sui social con un profilo personale ancora prima di arrivare alle medie, ovvero durante la scuola primaria. La percentuale maggiore dei profili aperti si ha però in prima media (29,5% dei ragazzi), con un ulteriore 25% che inaugura l’account l’anno successivo (seconda media), mentre il 18% agisce in terza. Una percentuale ancora minore (il 16,3%) arriva “tardi”, ovvero durante il primo anno di scuola secondaria.
E se la percentuale maggiore dei ragazzi impara a maneggiare una console per videogiochi in quarta elementare, in quinta padroneggia un tablet e in prima media ha mediamente dimestichezza col computer ed è titolare di un telefono cellulare personale, ricevuto nel 47% dei casi proprio durante questa classe di studi. Tempo un paio d’anni, e per la fine della terza media è il 98% dei ragazzi a possedere uno smartphone.
Social presto? L’Invalsi lo sa
Lo studio ha preso in esame diversi gruppi di ragazzi formati in base all’epoca di inaugurazione del profilo social, e i numeri parlano chiaro: chi sbarca sui social in prima media, alla fine della terza totalizza punteggi ai test Invalsi inferiori di 0,22 deviazioni standard in italiano e 0,18 in matematica rispetto a chi ha iniziato più tardia la sua vita social. E gli stessi ragazzi, presi in esame alla fine della seconda superiore, mostrano un divario paragonabile in italiano (sempre 0,22) ma aumentato in matematica (0,27 deviazioni standard).
I titolari dei profili social aperti in seconda media? Risentono ancora della cosa, ma in misura minore, visto che a fine terza media il divario rispetto allo standard è di 0,14 in italiano e 0,10 in matematica, mentre le cose peggiorano a fine seconda superiore, con percentuali che salgono rispettivamente a 0,17 (italiano) e 0,22 (matematica). E come ci si potrebbe aspettare, l’effetto negativo è ancora minore per chi apre il primo profilo social in terza media: dell’anno, infatti, il divario è solo dello 0,11 in italiano, e non fa nemmeno testo in matematica, e a fine seconda superiore si stabilizza a 0,11 sia nell’una che nell’altra materia.
Numeri insignificanti, e comunque contenuti al di sotto dell’unità? Non tanto, perché la semplice riduzione di 0,2 corrisponde a un semestre di scuola in meno. E dato che la ricerca tiene conto anche dell’ambiente di provenienza dei ragazzi, ecco i dati sul divario sociale: tra uno studente con entrambi i genitori laureati e uno con genitori che non hanno nemmeno il diploma, il divario di prestazioni scolastiche è pari a 0,73 in italiano e 0,71 in matematica, con la differenza derivante dall’uso precoce dei social pari a un terzo di quella causata dalla forbice sociale.
Infine, un altro dato positivo: se italiano e matematica risentono quindi dell’approccio precoce ai social, lo stesso non può dirsi per le performance in inglese, che restano sorprendentemente indenni. Perché? Facile: gli studiosi pensano sia dovuto alla presenza social di una moltitudine di contenuti in lingua inglese, il che ne favorisce, volente o nolente, la fruizione.
Il problema di fondo: lo smartphone è “pervasivo”
Alla base di tutto, però, c’è un dato preciso: la cosiddetta “pervasività dello smartphone”, ovvero la capacità dello smartphone – sotto gli occhi di tutti – di entrare in collisione con la vita “reale” dei ragazzi, con tanto di azioni collegate come il controllare in continuazione il proprio profilo social: durante le lezioni, al risveglio come prima azione della giornata, e via elencando. Secondo i ricercatori, questo dato spiegherebbe l’effetto negativo sull’apprendimento della matematica per il 33-47% dei ragazzi, e dell’italiano per il 15- 34%. “Tra tutte le possibili spiegazioni testate nel nostro lavoro, quella più plausibile è che a incidere sui voti sia l’impatto nel corso della giornata della continua consultazione dei social, con conseguente iperstimolazione e distrazione prolungata” si legge nello studio.
Il problema esiste: che fare?
Lo studio fotografa, ma non si ferma qui: propone infatti una triplice strategia per arginare – almeno in parte – il problema. In primo luogo, la proposta prevede un rinforzo dell’alfabetizzazione digitale, scolastica, nei confronti sia dei ragazzi sia delle famiglie, e con particolare attenzione a chi proviene da contesti socioculturali svantaggiati. In secondo luogo – e forse dovrebbe essere il primo - la proposta riguarda maggiori (e migliori) regole per le piattaforme, soprattutto se – sempre – sono utilizzati da minorenni. In terza battuta si propone l’attuazione di politiche che rimandino la creazione dei profili social a un’età in cui – per maturità e anagrafe – ai bambini sia più facile far fronte al tentativo di distrazioni.
Alessandra Rozzi
Redazione Respiro News






