L’idea e il coordinamento scientifico sono nati alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT). E il lavoro, guidato da Maria Carmen De Santis (oncologa radioterapista della Struttura Semplice di Radioterapia dei tumori della mammella) e Serena Di Cosimo (oncologa medica e referente dello studio ALTTO per l'Istituto) in collaborazione con il Breast International Group (BIG), è di quelli destinati a lasciare il segno. Non a caso lo studio, condotto su 4.154 donne appartenenti al grande trial clinico ALTTO (Adjuvant Lapatinib And/Or Trastuzumab Treatment Optimisation - un importante studio clinico internazionale di fase III) è stato pubblicato da eClinicalMedicine, prestigiosa rivista scientifica del gruppo The Lancet.
Il perché è semplice: l’avvento dei farmaci biologici di ultima generazione e delle terapie personalizzate ha rivoluzionato la prognosi del carcinoma mammario HER2-positivo, un tumore al seno in cui le cellule producono troppa proteina HER2, che causa la crescita e la divisione rapida del cancro. Questa forma rappresenta circa il 15-20% dei casi di tumore mammario ed è aggressiva, ma risponde molto bene alle cure mirate. Resta tuttavia una delle forme tumorali più preoccupanti, sui cui outcome clinici ha giocato un ruolo importante l’entrata in scena dei farmaci biologici di ultima generazione.
Da qui la domanda è sorta spontanea: a fronte dell’efficacia delle nuove molecole, la radioterapia post-mastectomia conserva ancora un ruolo determinante?
Ebbene, le due dottoresse, affiancate dai rispettivi team, si sono messe al lavoro, e sono giunte a una risposta univoca: il beneficio della radioterapia post-mastectomia è massimo nelle donne con quattro o più linfonodi interessati, nelle quali il trattamento si dimostra in grado di ridurre in modo significativo il rischio di recidiva locale, il tempo alla comparsa delle metastasi e di migliorare la sopravvivenza globale. Nelle pazienti con 1-3 linfonodi coinvolti il vantaggio appare più contenuto ma tuttavia evidente, mentre non sono emersi benefici evidenti nelle donne senza coinvolgimento linfonodale.
“L'idea di questo studio è nata proprio dalla necessità di chiarire se l'avvento delle nuove molecole anti-HER2 avesse in qualche modo affievolito il ruolo e l'impatto della radioterapia - spiega la dottoressa De Santis, prima autrice dell'analisi - I nostri dati dimostrano, invece, che per specifiche categorie di pazienti ad alto rischio la radioterapia resta un caposaldo imprescindibile del percorso di cura: non soltanto garantisce il controllo locale della malattia, ma incide direttamente sulla sopravvivenza a lungo termine. È la conferma che l'innovazione farmacologica e i trattamenti radianti sempre più sofisticati debbano integrarsi in modo strategico”.
“Il valore di questo lavoro sta nell'aver fornito chiarezza a tutta la comunità oncologica internazionale analizzando una delle più ampie coorti di pazienti mai studiate - aggiunge la dottoressa Di Cosimo, co-autrice dello studio - Il prossimo passo della nostra ricerca sarà quello di integrare nell'analisi i biomarcatori molecolari e le caratteristiche immunologiche del tumore. L'obiettivo finale è definire con estrema precisione a quali pazienti offrire la radioterapia, rendendo le decisioni terapeutiche realmente personalizzate”.
E considerato che fino a oggi le raccomandazioni sull'uso della radioterapia dopo la mastectomia nel tumore HER2-positivo si basavano in gran parte su studi condotti prima dell'introduzione di trastuzumab e delle terapie biologiche, è comprensibile come lo studio segni un passo avanti importante.
Tumore al seno HER2-positivo, la radioterapia serve
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