Condividi sui social

La situazione è seria: solo in Italia oggi sono affette da demenza oltre 1,43 milioni di persone, due terzi dei quali sono donne. Le proiezioni al 2050 parlano di un aumento del 54%, con oltre 2,2 milioni di casi, di cui 1,7 milioni avranno più di 80 anni. Con questi numeri l'Italia è il paese UE con la più alta percentuale di demenza rispetto alla popolazione (2,4% attuale, 4,2% nel 2050), con il coinvolgimento diretto di 4 milioni e oltre di caregiver familiari.
Non che in Europa le cose vadano tanto meglio: stando al rapporto di Alzheimer Europe, le persone con demenza nei Paesi dell'UE passeranno da quasi 9,1 milioni del 2025 a oltre 14,3 milioni nel 2050, con un aumento del 58%, guidato dall’invecchiamento progressivo della popolazione.
In questo contesto, la diagnosi del morbo di Alzhaimer ha fatto un grande passo avanti nel maggio 2025, quando la FDA (Food & Drugs Administration) americana ha approvato il primo esame del sangue per la diagnosi precoce della malattia, approvato per adulti di età maggiore o uguale a 55 anni che mostrano già segni e sintomi di declino cognitivo. Si tratta di un marcatore ematico che ha superato tutti i controlli alla base dell’approvazione normativa USA. Negli Stati Uniti, del resto, le cose non vanno meglio, dato che la patologia è la sesta causa di morte, e oggi i pazienti diagnosticati sono oltre 5 milioni, destinati a salire a 13,8 milioni nel 2050.
Sul mercato, in ogni caso, esistono già altri test ematici per la diagnosi del morbo di Alzheimer, ma ora l’esame del sangue diagnostico potrebbe entrare negli standard di diagnosi approvati.
Il principio clinico è semplice: il test cerca nel sangue le proteine caratteristiche dell’Alzheimer, calcolando il rapporto tra beta-amiloide 40 (considerato normali) e beta-amiloide 42 (indicativo di Alzheimer), e la proteina tau fosforilata 217 che ha la facoltà di “aggrovigliare” le cellule dell’encefalo. Il test ha dimostrato un esito corretto in oltre il 90% dei casi. Di fronte a un risultato positivo, quindi, il paziente potrebbe essere immediatamente indirizzato a un neurologo per indagini più approfondite e per un trattamento precoce della patologia.
Per l’Alzheimer, tuttavia, non esiste ancora un trattamento farmacologico risolutivo, anche se buoni risultati hanno mostrato alcuni anticorpi monoclonali in grado di rimuovere dal cervello le placche amiloidi caratteristiche della patologia.
Grande importanza secondo i clinici riveste invece la prevenzione: la più recente valutazione della Commissione Lancet, risalente al 2024, sostiene infatti che il 45% dei casi di demenza potrebbe essere evitato, o quanto meno dilazionato, agendo su 14 parametri modificabili. Eccoli: 

  • istruzione insufficiente; 
  • ipertensione; 
  • obesità;
  • perdita di udito o vista senza trattamento;
  • depressione;
  • mancanza di attività fisica;
  • diabete;
  • alto tasso di colesterolo LDL; 
  • fumo; 
  • consumo eccessivo di alcol;
  • esposizione all’inquinamento atmosferico;
  • traumi cranici;
  • isolamento sociale.

Usando questo sito si accetta l'utilizzo dei cookie per analisi statistiche e contenuti personalizzati. Privacy policy