Condividi sui social

Tutti gli anni, in media, nel mondo vanno a fuoco 394 milioni di ettari di territorio: il 3% delle terre emerse. Il dato emerge dal Global Wildfire Information System ed è relativo al decennio 2015-2024. E nel 2025 (i dati di quest’anno sono ancora incompleti) non è andata meglio: 878 gli incendi registrati in Italia, su 3.090 verificatisi nell’Unione Europea e 18.300 in tutta l’Europa. Le aree più colpite del pianeta? Africa, Sud America e Oceania, che nel 2025 totalizzano rispettivamente 406.220, 67.530 e 40.160 incendi. Ma cosa succede nei territori dopo il passaggio del fuoco? Se una parte delle aree colpite si rigenera spontaneamente, altre porzioni di superficie sono invece interessate dal fuoco a più riprese. Va detto che gli incendi interessano più spesso praterie (42% dei casi) e savana (40%), mentre foreste e campi coltivati sono meno interessati (8,2% e 7,2% del totale degli episodi di incendio).
Anche gli incendi hanno una loro geografia: nel 2024, i Paesi più colpiti dal fenomeno sono stati Portogallo (1.343 ettari bruciati in 125 incendi), Bolivia (1.155 ettari in 14.234 episodi) e Canada (1.031 ettari persi in 4.965 eventi). Quanto al resto d’Europa, le conseguenze del conflitto russo-ucraino si sono fatte sentire: sono Russia e Ucraina, infatti, a capeggiare la classifica degli incendi 2024, rispettivamente con 17.753 e 3.509 episodi.

I danni sulla salute respiratoria
Oltre che sull’ambiente gli incendi hanno conseguenze anche sulla salute, in particolare respiratoria: a livello globale, preoccupa infatti il tasso di emissioni di CO2: ogni anno, gli incendi liberano nell’aria tra i 5 e gli 8 miliardi di tonnellate di sostanza, un quantitativo pari al 20% di quella prodotta nel mondo dai combustibili fossili e dal cemento (37 miliardi di tonnellate).

L’Italia brucia
Il nostro Paese? Anche in questo caso non ci sono buone notizie. Le ultime rilevazioni ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) fotografano un quadro sconsolante: nel 2025 si è infatti registrato un incremento dell’incidenza degli incendi rispetto all’anno precedente, con una superficie complessiva interessata pari a 965 km2 (l’equivalente della provincia di Pistoia), un valore che quasi raddoppia i numeri del 2024. I dati storici collocano infatti il 2025 tra gli anni ad elevata criticità, superato solo dai picchi del 2007, 2017, 2021 e 2023.
Preoccupante anche l’incidenza degli incendi all’interno del sistema delle aree protette, dove si è concentrato oltre il 30% della superficie totale bruciata e il 38% degli ecosistemi forestali percorsi da incendio a livello nazionale.
Nel 2025, del resto, il 48% degli eventi incendiari (praticamente la metà) ha interessato ecosistemi forestali. In termini di superficie, risultano percorsi dal fuoco circa 123 km² di aree boscate (pari all’estensione del comune di Ancona), mentre a livello territoriale si conferma la tendenza storica che vede il Meridione e le Isole maggiori come le aree maggiormente interessate: Sicilia, Calabria e Campania sono i contesti geografici più colpiti, con il 71% del totale delle superfici forestali percorse dal fuoco concentrato nelle tre Regioni. In aumento, inoltre, le superfici forestali percorse annualmente da incendio nelle regioni Basilicata, Calabria, e Puglia.
Il 2026? Il monitoraggio si ferma al 9 giugno, e dal 1° gennaio a questa data in Italia risulta interessata da incendi una superficie di circa 60 km2, di cui quasi 20 km2 forestali. Attualmente il 28% delle aree forestali percorse da incendio si trova in Toscana, mentre la seconda Regione più colpita è la Calabria (23%).

Le cose da fare
Inutile, alla luce di quanto sopra, rimarcare che occorre fare qualcosa, e subito: nel mondo le tecnologie in supporto della prevenzione esistono, e alcune misure si sono rivelate particolarmente efficaci. Eccone alcune, applicabili da chiunque si trovi a contatto con spazi verdi di natura, o dalle Amministrazioni pubbliche:

  • Pulizia degli spazi verdi: Rimuovere regolarmente erba secca, rovi e rami bassi attorno alle abitazioni. Creare una zona di sicurezza priva di materiale infiammabile a una distanza di almeno 30 metri dagli edifici.
  • Fasce tagliafuoco: Creare discontinuità nella vegetazione (strisce di terreno nudo o a bassa vegetazione) per ostacolare l'avanzamento delle fiamme.
  • Selvicoltura preventiva: Diradare gli alberi, evitare l'accumulo di necromassa (legname morto) e favorire specie di latifoglie, che sono meno infiammabili rispetto alle conifere.

Poi, si sa: il cambiamento climatico peggiora le cose, e molto resta affidato alle coscienze individuali: un mozzicone gettato nell’erba secca, o un fuoco acceso in natura possono fare danni inimmaginabili, in termini di danni all’ambiente e vite umane.
E non mancano le polemiche: “Il tentativo di trasformare gli incendi nell'ennesimo processo al Green Deal europeo è sempre più strumentale - sostiene Francesco Sottile, vicepresidente di Slow Food Italia - Si insinua che la tutela della natura impedisca di gestire i boschi e che le politiche ambientali abbiano favorito l'accumulo di combustibile vegetale. È una semplificazione che non regge ai fatti. La gestione attiva del territorio è uno degli obiettivi delle più avanzate strategie europee sulla biodiversità e sul clima. Conservare non significa abbandonare. Proteggere non significa rinunciare alla gestione. Significa, al contrario, restituire intelligenza ecologica alle nostre decisioni”. Gli incendi, conclude Sottile, “non sono soltanto un problema forestale. Sono una questione agricola, ambientale, sociale e persino democratica. La prevenzione non comincia quando si alzano in volo i Canadair, ma molto prima: nella pianificazione del territorio, nel sostegno all'agricoltura che presidia le aree marginali, nella cura dei boschi, nella ricerca scientifica, nell'educazione ambientale, nella presenza dello Stato contro chi usa il fuoco come un'arma”.

 

Alessandra Rozzi
Redazione Respiro News

Usando questo sito si accetta l'utilizzo dei cookie per analisi statistiche e contenuti personalizzati. Privacy policy